Indigniamoci contro un’economia al servizio degli squali.

E lottiamo insieme per una società al servizio degli umani.

Seguito della Giornata internazionale degli indignati
Sabato 22 ottobre 2011 alle ore 14:00
a La Chaux-de-Fonds
(Espacité)

Dopo avere salvato le banche e favorito gli speculatori, lo Stato ed i parlamentari al servizio dei signori dell’economia, vogliono fare pagare la crisi alla popolazione. Tutti sono toccati, salvo i più ricchi, ovviamente.

  • – Attacco alle rendite LPP e ben presto AVS
  • – riduzione drastica delle prestazioni dell’assicurazione disoccupazione
  • – ridiscussione sulle prestazioni AI
  • – diminuzione dei sussidi all’agricoltura
  • – aumento delle tariffe FFS
  • – privatizzazione dei servizi (compresi quelli sociali)
  • – privatizzazione della formazione

A questi attacchi statali si aggiunge la pressione sempre più forte sui salari e le condizioni di lavoro, una precarizzazione che risulta in un aumento dei workings poor (lavoratori poveri il cui salario non è sufficiente alla loro sussistenza), delle malattie professionali e un impoverimento generalizzato.

Sin dal suo avvento, il capitalismo subisce ciclicamente delle crisi che concernono il suo funzionamento, ma le scelte neoliberiste degli ultimi decenni ci hanno precipitato in una situazione che non si vedeva dal lontano 1929 e che è lungi dall’essere conclusa. La fede assoluta nei mercati finanziari, già potentissimi, e la loro deregolamentazione, lo smantellamento di un sistema di ridistribuzione delle ricchezze attraverso la diminuzione delle tasse e delle imposte a profitto dei più ricchi e degli azionisti. L’intrusione degli speculatori nei settori gestiti dal servizio pubblico con l’accelerazione delle privatizzazioni. Il trasferimento degli utili prodotti dai salari, dai lavoratori agli azionisti, con le delocalizzazioni, la riduzione degli effettivi e la stagnazione dei salari. Sono tutte decisioni politiche che hanno aggravato la crisi.

Non ricorderemo mai a sufficienza alcune evidenze concernenti l’economia, che oggi ci colpiscono come uno schiaffo in faccia:

Il mercato non si regola da solo.

Il mercato e i suoi speculatori adottano la logica dominante del massimo profitto a breve termine. Essi non creano delle ricchezze, ma se ne accaparrano.

La Borsa falsa il reale valore delle imprese. Non si può perennemente distribuire più denaro di quello che è stato prodotto. Il corso della Borsa è sensato rappresentare i futuri (quindi incerti) profitti delle imprese. Ora, quando si promette una rendita generalizzata del 15% in un’economia che cresce al ritmo del 2% o 3% annuo, c’è per forza qualcosa che non quadra …per non dire una truffa.

Questa crisi conferma che il mercato non rispetta i diritti dei lavoratori/produttori, né degli agricoltori, né dei consumatori, ma solo quelli di chi ne trae profitto.

Chi lavora, si chiama lavoratore; chi lavora la terra, si chiama agricoltore; chi consuma, si chiama consumatore; e chi realizza dei profitti, un profittatore.
Talvolta basta nominare le cose per meglio comprenderle.

Gli arroganti managers sono stati messi in causa, a giusto titolo. I loro redditi mirabolanti, la loro incompetenza, la loro irresponsabilità sociale, il loro dogmatismo ideologico, sono altrettanti comportamenti che hanno aggravato la crisi. Ma non sono gli unici responsabili.

I rendimenti imposti alle imprese dagli azionisti, banchieri e traders, hanno imposto alle stesse imprese delle strategie rovinose: degradazioni delle condizioni di lavoro, che implicano un livellamento verso il basso della qualità, una sfrenata sovrapproduzione, una sopravvalutazione dei rendimenti, la svendita dei beni e delle infrastrutture delle società al fine di gonfiare artificialmente i profitti, eccetera. Altrettante scelte economiche redditizie a breve termine, ma rovinose sulla lunga durata, che ci hanno spinti con le spalle al muro (questo parte la modificherei come segue).

– Degradazione delle condizioni di lavoro,

– livellamento verso il basso della qualità,

– sfrenata sovrapproduzione,

– sopravvalutazione dei rendimenti,

-svendita dei beni e delle infrastrutture delle società al fine di gonfiare artificialmente i profitti,

– privatizzazioni dei servizi,

– privatizzazioni della formazione …

– ce n’è abbastanza?

Altrettante scelte economiche redditizie a breve termine, ma rovinose sulla lunga durata, che ci hanno spinti con le spalle al muro.

La crisi non si è ancora conclusa, però la speculazione col paraocchi, i bonus e gli smisurati emolumenti hanno ripreso il sopravvento.
I prossimi crac finanziari sono in vista e le conseguenze saranno sempre più dolorose.

Resteremo divisi ancora a lungo, aspettando di pagarne le conseguenze e subirne gli effetti, senza reagire?
Accetteremo ancora la loro follia, perché siamo rimasti passivi?

Solo una mobilitazione senza precedenti sarà in grado di rimettere in causa un’economia criminale, distruttrice dei legami e della sicurezza sociale, dell’ambiente, dei saperi, del nostro patrimonio, della dignità e delle persone.

La peggiore delle risposte a questa situazione sarebbe di cedere al fatalismo. Non accettiamo che ci dicano che non c’è nulla da fare.
Se i nostri vecchi avessero ceduto alla rassegnazione, credete che oggi avremmo

  • La libertà d’espressione e di riunione
  • Il divieto del lavoro minorile e il diritto all’educazione
  • I congedi pagati
  • Le pensioni
  • L’assicurazione disoccupazione

Tutti questi diritti, che oggi ci sembrano definitivamente acquisiti, furono ottenuti con dure lotte nell’epoca in cui non si conosceva ancora il senso del termine “Solidarietà”.

Questi progressi sono poco a poco rimessi in questione. Cerchiamo di non passare alla Storia come la generazione che ha permesso una tale regressione.
Cosa diremo ai nostri figli e ai nostri nipoti se le loro condizioni di vita dovessero peggiorare sempre più …tornando al capitalismo selvaggio che ha contraddistinto il XIX secolo, con l’aggiunta dell’inquinamento e del riscaldamento climatico.

Noi abbiamo i mezzi per resistere, se riusciamo a fare prendere coscienza ai nostri contemporanei che i problemi da loro riscontrati hanno la stessa origine, e che solo uniti al di là delle divisioni e delle parrocchie, che noi siamo giovani o anziani, operai, contadini, salariati, studenti, disoccupati, svizzeri o stranieri, che noi siamo tutti membri di una minoranza oggi minacciata nel suo benessere sociale.
Ma che unita diventa una maggioranza.

Espace Noir, Saint-Imier
info@espacenoir.ch


testo tradotto in italiano da Christophe Bianchi
per La Sinistra